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 verità ?
Il crollo di un palazzo che conteneva laboratori tessili in Bangladesh, che ha causato la morte ci parecchie centinaia di persone, ha risollevato il problema del rispetto delle condizioni minime di lavoro per i lavoratori nei paesi in via di sviluppo. Per molti la notizia era non tanto il crollo quanto il fatto che pare che Benetton abbia avuto un sub-fornitore che lavorasse nel “palazzo della morte” e che quindi possa esser stata parzialmente responsabile dell’accaduto. Poco dopo, approfittando della grande pressione mediatica, Benetton ha firmato un documento, insieme ad altre firme internazionali, dove si impegna a far rispettare le condizioni di lavoro lungo tutta la filiera di lavorazione dei propri prodotti.
Benissimo, sicuramente un buon risultato. Vogliamo allora parlare della filiera del coltan? Quante migliaia di persone sono già morte per il controllo delle miniere in Est Congo? Quanti altri lavorano in condizioni pietose, esponendosi a rischi enormi, per guadagnare pochi spiccioli di USD al giorno per rifornire i primi grossisti che poi vendono il semilavorato ai fornitori dei colossi tecnologici? Vorrei che i media avessero portato lo stesso interesse per tutte le situazioni simili, legate al tessile ma anche ad altri settori. Negli US, la vicenda Foxconn, ha avuto un importante impatto, mentre in Italia molto meno.
Punto secondo: cosa è peggio per un lavoratore del Bangladesh? Rischiare di morire di fame ogni giorno o rischiare di morire di lavoro ogni giorno sperando di raccimolare uno stipendio che permetta di rispondere ai problemi basici della vita della propria famiglia? L’incremento immediato degli standard di sicurezza fatto in maniera cieca rischia di portare ad un immediato innalzamento dei costi di produzione e quindi ad una repentina perdita di competitività dei prodotti, con il rischio di perdere mercato e quindi ordini e lavoro. Era davvero questa la strada migliore da percorrere (buttare la croce addosso a Benetton che si assume già il rischio di impresa) per salvaguardare la vita dei lavoratori del Bangladesh?
Ed infine: con quale coraggio esprimiamo indignazione quando, in ragione del lavoro, centinaia e più di persone muoiono ogni anno in Italia per il mancato rispetto delle norme di sicurezza, per la corruzione nei controlli, per la silenziosa approvazione dello Stato colluso con gli interessi capitalistici? Pensiamo a scandali passati solo pochi anni fa… dall’amianti al petrolchimico di Marghera, recentemente all’Ilva…
Ricordiamoci prima di tutto che lo sviluppo non è solo un obiettivo ma soprattutto un processo. E’ inutile quindi appoggiarsi solo su norme e regolamenti sapendo che esistono infinite scorciatoie pratiche e legali per aggirarle. Inoltre bisogna sapere come agire. E’ davvero Benetton responsabile della morte dei lavoratori in Bangladesh? E se si, non siamo tutti responsabili delle morti dei lavoratori delle miniere del Congo che alimentano i nostri telefoni e prodotti di elettronica di consumo?
In paesi in recupero da conflitto o in via di sviluppo, gli investimenti di capitale estero assicurano opportunità per la creazione di lavoro e favoriscono lo sviluppo e la stabilità dei paesi in assenza di grossi fondi di aiuto pubblici. In particolare gli insediamenti industriali di una certa portata sono rari in taluni paesi e andrebbero incoraggiati anche, con suggerimenti intelligenti e aiuti concreti. Quanti consumatori sono pronti a farsi carico dell’aumento dei costi di produzione per garantire migliore sicurezza su alcuni prodotti?
 SEO umanitario
L’altro giorno mentre giravo nella dashboard sono finito a curiosare tra i search terms che attraverso i motori di ricerca portano a questo sito. C’è un pò di tutto devo dire, e mi ha sorpreso scoprire la varietà di chiavi e la varietà di ricerche che la gente fa in rete (e soprattutto i suoi risultati più diversi).
La maggior parte delle chiavi porta su ricerche che hanno come obiettivo un’esperienza nel settore umanitario, sia nel volontariato che nel campo professionistico (partire volontario / lavorare ONG). Mi sono accorto che recentemente (negli ultimi mesi) questi termini di ricerca sono aumentati, forse un segno che si cercano le soluzioni più disparate alla crisi; nello stesso periodo, è da ricordare, ho ricevuto anche più email di persone interessate a fare un’esperienza. Il sociale, prevale. Bravi che finite qua ma non perdeteci troppo tempo, meglio darsi da fare e rimboccarsi le maniche, in breve, buttarsi!
Il secondo blocco di termini di ricerca ruotano intorno al mio periodo in Burkina, e in particolare alla pagina Sankara. In effetti di quel periodo c’è parecchio materiale, soprattuto nei diari alla sezione media (ah, beata gioventù).
Seguono poi una marea di termini semanticamente disparati che pescano nei post qua e là tra viaggi, impressioni, e porcherie varie (c’è anche qualche ricerca a luci rosse). Di seguito tre menzioni speciali.
Terzo premio ex-aequo: la cultura non paga. Vero, sai che noia dover rubare tutta la vita? & Come far passare la malaria. Si, c’è sempre una prima volta e purtroppo io non ho la cura definitiva.
Secondo premio: dormire in ufficio – stress ufficio – non lavorare in ufficio ragassi, guardate che “sul field” si lavora 8-18 6 giorni alla settimana (bon, quelli con il caschetto blu a volte meno, molto meno)
Primo premio: ti porterò anche in America (grazie, dimmi dove devo farmi trovare)
E tu che sei arrivato qua cercando ho paura di non farcela a suonare la chitarra ti sbagli di grosso, volere è potere, rock on!
 Kabul
Per quanto possa sforzarmi non riesco a trovare Kabul in nessuna graduatoria delle “Città con migliore/peggiore qualità della vita” o simili. Malgrado le migliaia di espatriati che vi abitino sembra che ancora non faccia testo e le condizioni di vita a Kabul non siano prese seriamente o comunque messe tutte nel calderone “capitale in guerra – massima sicurezza – non vale la pena”. Ed è un peccato perchè vivere a Kabul, almeno per un maschio, non è poi così male. Nei giorni di calma, specialmente il venerdì, il centro è tranquillo (quasi deserto) ed è piacevole saltare da un posto all’altro, a piedi o in bicicletta.
Si può iniziare per fare colazione in un cafè à Shar-e-Naw e fare due passi accanto al parco, sfogliando dai venditori ambulanti le ultime stampe delle foto d’epoca di Massoud; continuando accanto al parco si arriva agli “Champs Elysèes” di Kabul, tra le sedi centrali delle banche e le boutique alla moda, con gli ultimi arrivi da Dubai, Turchia e Pakistan (di cui alcuni di concezione e design italiani). In questa parte mi è già capitato di vedere ragazze senza velo e anche delle coppie che si tenevano per mano. Incredibile. Oltre ai vestiti, l’accessorio per essere alla moda, è un bel telefonino, possibilmente iphone con custodia incastonata di brillanti o una cosa pacchiana che più non si può.
Una volta sistemati e alla moda si può continuare a fare un salto a trovare AJ da Shams Book, il più antico e fornito negozio di libri di Kabul. Il padre di AJ è il famoso “Libraio di Kabul” (quello che partecipa nel libro di Asne Seierstad) e il negozio è tale e quale quello dei vecchi tempi, pieno di testi e volumi originali. E’ caro (certo, per espatriati) ma c’è di tutto, dalla politica, alla storia, cultura, mappe, alle … cartoline. Sfogliatevi qualche volume mentre prendete un thè e fate due chiacchiere con AJ che vi saprà dare qualche consiglio azzeccato su cosa fare in città.
 Graffiti in Kabul
Tornando verso il parco si può ora passare da Chicken Street, una delle più famose strade di Kabul perchè il fulcro dei negozi di souvenir, originali e non, della città, dove si trovano pezzi di artigianato ma anche reliquie storiche come medaglie e materiale dell’invasione sovietica ma anche pezzi più recenti, come ogni tipo di toppa di reparti degli eserciti ISAF. Chicken street è una via obbligata per arrivare al Bistro, uno dei più rinomati ristoranti francesi, con un piacevole giardino, dove prendere un caffè e visitare i lavori di artisti locali. E’ un posto dall’aria semplice e molto fine, ma quasi esclusivamente riservato ad espatriati, con prezzi annessi. Per qualcosa di più particolare si può continuare qualche minuto ed arrivare a Galleria, il mio ristorante giapponese prefertio, che in buon stile kabuli, ha annessa una galleria di lavori di giovani artisti locali (in effetti il retro del ristorante è un laboratorio), dove ho trovato i miei lavori preferiti. Più economico e riservato;
Dopo pranzo si può naturalmente ritornare a godere del parco a Shar-e-Naw, magari gustandosi le fragole fresche dal venditore all’angolo e passando poco oltre a provare i nuovi arrivi al Guitar shop, il fornitore di fiducia. Se avete bisogno giusto di fronte c’è un ottimo parrucchiere per uomo, un ragazzo che ha studiato russo e italiano e può cantarvi Laura Pausini mentre vi serve. Per chi preferisce lo sport e specialmente la palestra, che va tantissimo in Afghanistan, giusto prima del Guitar Shop ci sono due dei negozi di articoli sportivi più forniti in città, dove avete ogni sorta di attrezzo (e quando dico ogni, lo intendo davvero) ma anche tavoli da ping pong, biliardo, calcetti (!!!) e materiale per calcio e pallavolo, il secondo sport nazionale. E se a camminare vi venisse sete ora fate due passi dentro Qala-e-Fatullah, quartiere residenziale, per arrivare al Flower Cafè a godervi un succo fresco di stagione nel bel giardino all’aperto (preso d’assalto il venerdì per il brunch) e a leggere il giornale cartaceo o elettronico che sia o a scambiare quattro chiacchiere con i giornalisti o fotografi che passano spesso di là. E per finire la giornata ci si può godere un bel tramonto su una delle colline che circondano Kabul (meglio prendere un taxi). E prima di cena una bella sauna in un posto appena aperto o in un hotel di fiducia.
Superato il paradigma della sicurezza Kabul è una città viva con molto da offrire.
 hotel intercontinental
Negli anni ’60-’70 l’Afghanistan era un piccolo paradiso. Sicuro e liberale, sotto una monarchia decisamente progressista fatta di cadillac e minigonne, tantissimi stranieri venivano attirati dalla cultura afghana, che data fino a qualche migliaio di anni fa. Tra il classico, su base persiana, e gli influssi new wave trasportati dai numerosi hippy in transito, vecchie e nuove arti fiorivano e si sviluppavano: intarsi, pittura, scultura, ceramiche, film e fotografia. Poi, con la crescita comunista e l’invasione da parte dell’Unione Sovietica le cose rallentano. Molti artisti iniziano ad andare in esilio, come milioni di altri afghani. Negli anni ’90, se prima la guerra totale tra mujahedeen aveva solamente “raso al suolo” la gran parte di Kabul, nella seconda metà con l’arrivo dei talebani la distruzione della cultura si fa minuziosa e ricercata.
 burqas
Il 2001, con l’invasione americana, rappresenta un pò l’anno zero per tutto, pure per la scena artistica afghana. Da li in poi è stato un bel crescendo. Oltre 10 anni dopo, la situation che ho trovato, è decisamente sorprendente. La scena artistica in Afghanistan, soprattutto a Kabul è attiva e vibrante, in svariati settori, e produce materiale di grande qualità. Il fatto che mi ha maggiormente sorpreso è la grande varietà di progetti fotografici/cinematografici guidati da espatriati (molti, alla base, reporter di guerra per testate occidentali). Considerando che l’arte è cara il fatto di trovare così tanti fotografi mi stupisce decisamente. C’è da tenere presente che l’Afghanistan, nell’ultimo decennio, è stato probabilmente il paese che ha ricevuto più aiuti, nei più svariati settori; il fatto poi di avere un passato legato a un regime estremista e la presenza militare internazionale ha sicuramente aiutato a spingere parecchi fondi nel settore culturale artistico.
Kabul, come per ogni altra cosa, è il cuore pulsante delle attività artistiche afghane; alcune si fanno ancora in semi-clandestinità per non toccare sensibilità locali.
 kabul dreams
La musica sta occupando un ruolo di primo piano. Pensare che solo pochi anni fa i talebani avevano bruciato tutti i nastri e proibito la riproduzione musicale! Internet sicuramente aiuta: i giovani sono aggiornatissimi su quello che succede in America (rap, rnb e disco/dance) e le influenze fanno il loro effetto. C’è Susan Ferox, la prima rapper, ci sono I White City e i Kabul Dreams, band rock di espatriati e afghani, c’è Ariana Delawari, che mischia tradizione e innovazione. Il grosso della scena è underground, anche se c’è un locale per concerti piuttosto riconosciuto, il Venue e c’è un festival ormai giunto alla terza edizione, il Sound Central.
 acquerello
Altre svariate arti grafiche si stanno affermando, sfruttando la tradizione persiana. Le scuole classiche sviluppano ancora maestri di calligrafia e miniature mentre molti si buttano sulla pittura, sia a olio che a acquerello. Molti ristoranti sono trasformati da gallerie dove i lavori dei maestri e degli studenti sono esposti per attirare i clienti espatriati. Recentemente, un metodo poco tradizionale e molto progressista per il paese, il graffito murales, sta emergendo non solo come forma artistica ma anche come espressione del disagio sociale. Qualche gruppo di giovane, guidato da Shamsia, una ragazza, usa i muraglioni di protezione degli immobili nei quartieri “bene” per lanciare messaggi sulla condizione delle donne, dei giovani, del paese, in perfetto stile bristolesque.
Uno degli effetti della guerra e della forte presenza internazionale in Afghanistan è la massiva copertura mediatica del paese (all’estero sempre maggiore che in Italia), assicurata da una folta presenza di giornalisti, fotografi e operatori video. A momenti è davvero impressionante, sembra che ci siano più giornalisti che insegnanti nel paese! Molti di loro si sono lanciati in progetti fotografici, filmografici indipendenti ma hanno anche supportato la creazione di validi professionisti locali come Massoud Hosseini, il primo afghano a vincere un premio Pulitzer per la fotografia, e sua moglie Farzana Wahidy che con le sue foto sulla situazione delle donne ha esposto in US e Europa.
 women by farzana wahidy
 graffiti
Anche il cinema, che era dinamico negli anni ’70, sta lentamente ripartendo grazie a dei grossi investimenti da Bollywood. Di origini afghano-occidentali è invece la bella storia di Buzkashi Boys, un film recentemente prodotto che racconta la storia di due giovani ragazzi che ambiscono a diventare campioni dello sport nazionale, il Buzkashi. Il film ha avuto parecchie critiche positive ed è stato candidato agli Academy Awards e aiuta a offire un’altra prosepttiva sull’Afghanistan.
 buzkashi boys
C’è sicuramente tanto altro da scoprire, perchè le iniziative sono davvero parecchie ma manca una struttura generale che supervisioni tutto. Non è comunque male per un paese in guerra da trent’anni!
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