Un giardino di storia e cultura

Pablo Neruda un giorno disse che “potranno tagliare tutti i fiori ma non potranno mai fermare la primavera”. L’Afghanistan è un paese dalla cultura millenaria, situato lungo la via della Seta, con grandi influenze persiane e centro-asiatiche; nel corso degli anni diverse l’arte persiana e successivamente afghana si è espressa in molteplici forme: scultura, architettura, poesia, canto, calligrafia, pittura. I segni di questa ricchezza culturale sono ben visibili nelle grandi città (Bamyian, il centro di Herat, la Blue Shrine di Mazar ad esempio) o nelle opere di artisti come Rumi. Purtroppo l’invasione Sovietica ha iniziato un ciclo distruttore dove la violenza e la guerra l’hanno fatta da padrone. Con Sovietici prima e Talebani poi, la produzione culturale è stata quasi azzerata; in particolare, durante il controllo dei barbuti la musica e l’arte erano proibiti e perseguitati. I nastri vennero bruciati nelle piazze e gli artisti, perseguitati, furono costretti al silenzio o alla fuga. Tutti i fiori della cultura, dunque, vennero recisi.

Nell’Afghanistan post-invasione occidentale c’è stata una rinascita, a colpi di dollari e media filo-occidentali, di produzione artistica e culturale. L’interesse per riscoprire l’eredità storica, culturale e artistica del paese centro-asiatico era tangibile, come in una nuova primavera, con una certa diversificazione delle arti. Nel corso degli ultimi anni però, lo svanito interesse occidentale e la crescente intensità del conflitto hanno reso il terreno per la diffusione culturale più arido. Nonostante tutto, archeologi, fotografi, giornalisti ancora accorrono per testimoniare della grande ricchezza culturale, lanciando degli appelli per la salvaguardia di una cultura ed une identità millenarie.

Recente stanno circolando due documentari molto molto interessanti e ben fatti. Il primo, Saving Mes Aynak, parla del tentativo di rivelare e preservare un sito archeologico in una grande miniera di rame acquistata da una società cinese. Il trailer è qua sotto.

Il secondo, Frame by Frame, parla di 4 fotoreporter (tra cui il Premio Pulitzer Massoud Hosseini e sua moglie Farzana Wahidy) e del loro lavoro per la diffusione delle notizie e delle storie in Afghanistan malgrado le difficoltà legate alla guerra.

Entrambi sono molto molto ben fatti e cercano di promuovere una narrativa sul Giardino degli Afghani diversa dalla noiosa, ripetitiva e criminale narrativa legata all’oscurantismo della guerra. Sono caldamente consigliati, perchè anche dopo aver tagliato tutti i fiori, la primavera culturale afghana fiorirà di nuovo.